Pasqua dietro l’angolo, allarme agnelli

Sono così piccoli dolci fragili indifesi. Da sempre immagine di purezza, spessa associata all’infanzia, questi poveri cuccioli ogni anno a Pasqua devono affrontare una morte lenta, spesso per dissanguamento, tra urla e grida disperate, ad appena trenta gioni -o anche meno- dalla nascita.

Ma chi è così barbaro da alzare la mano contro gli innocenti? Bè, basta andare davanti allo specchio: noi ossia la nostra specie, che ha fatto del sangue una tradizione. Molto ci sarebbe da obiettare contro questo tipo di argomentazioni, fatte proprie, non a caso, dalle lobby della carne. Intanto la nostra Pasqua è festa del ritorno alla vita, della Resurrezione e redenzione, e noi andiamo subito ad imbrattarla di sangue e a sporcarci le mani, e la coscienza per chi crede nell’etica della vita, d un peccato. Perché cosa è il peccato se non la violenza dettata dall’interesse, dal capriccio, in questo caso del palato? La Pasqua ebraica ha tutto un altro significato.

Il sangue degli agnelli doveva servire a tingere la porta delle  case degli ebrei perché l’angelo della morte, inviato da Dio, non spegnesse per errore la vita di un bambino ebreo, anziché egiziano. Un Dio feroce quello biblico, che addirittura non è onnisciente come qualsiasi divinità che si rispetti, e  per di più non si fa scrupolo di aggredire l’infanzia pur di raggiungere i suoi scopi. Quindi l’agnello come sostituto del bimbo, del neonato. Chi si intende di origine ed evoluzione delle religioni sa che il sacrificio dell’animale sostituì in molti casi quello umano, quindi è il retaggio di una mentalità sacrificale. Il sacrificio di sangue è associato ormai, per noi che non sacrifichiamo più, ai riti vodoo, al satanismo. E invece, guarda un po’, noi facciamo lo stesso. Solo che lo rimuoviamo, non facciamo la famosa connessione.

Perché il neonato ci viene servito già ucciso e a volte anche già arrostito. E se dovessimo farlo noi, con le nostre mani? La nostra coscienza si è affinata, lasciamo il lavoro sporco ad altri, grideremmo d’orrore se ci presentassero il cucciolo vivo e belante che cerca col suo musetto il calore della mamma. In questa beata cecità, lobotomia, rimozione, ancora mezzo milione di agnelli solo nel nostro Paese (le cifre sono in calo fortunatamente, ma si vorrebbe arrivare allo zero assoluto) vengono sgozzati, appesi per le zampe a dimenarsi per oltre cinque minuti di puro orrore. Altro che satanismo. Citando Sartre, l’inferno, per gli animali, sono gli uomini.  E chi si sacrifica: il più debole, il più buono, addirittura quello che nel suo latteo pelo grida la sua purezza. Eppure Gesù, agnus dei, agnello di dio, è il buon pastore, colui che cerca la pecora smarrita a discapito di un intero gregge, che ci invita a diventare puri come bambini. E accetta di morire per ritornare alla vita.

Ma la tradizione invece di  riprendere la tematica della resurrezione, ci ripete che noi uccidiamo. Sempre e comunque. E sicuri della redenzione ai piedi di un confessionale, continuiamo tranquillamente a versare sangue: degli animali per capriccio, delle persone per ragioni di interesse (pensiamo alle guerre). E tutti allegri per l’ennesima pulizia simbolica, una bella doccia di sangue di cuccioli indifesi, e ciechi di fronte alla devastazione morale, ci scambiamo, dopo aver rosicchiato quattro ossa in croce, l’uovo pasquale.

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